sabato 23 aprile 2011

Lasciati indietro 2 (Cafuné)

Tra i “lasciati indietro” anche il testo di Disritmia (Zé Katimba) e tutta una serie di pensieri che ne erano derivati. Bene oggi si pubblica anche questo.

Ney Matogrosso e Pedro Luis e A Parede (dalla registrazione dell'album Vagabundo 2004)


 Eu quero
me esconder debaixo
Voglio nascondermi sotto
Dessa sua saia
prá fugir do mundo
La tua gonna per fuggire il mondo
Pretendo
também me embrenhar
E voglio anche perdermi
No emaranhado
desses seus cabelos
Nel groviglio dei tuoi capelli
Preciso transfundir
seu sangue
serve una trasfusione del tuo sangue
Pro meu coração
Per il mio cuore
Que é tão vagabundo...
Così vagabondo
Me deixa
te trazer num dengo
Lascia che trascinandoti in un incantesimo
Prá num cafuné

Accarezzandoti la testa, come per farti addormentare,
Fazer os meus apelos...(2x)
Possa farti la mia dichiarazione

Eu quero
ser exorcizado
Voglio essere esorcizzato
Pela água benta
desse olhar infindo
Da quella acqua benedetta che è il tuo sguardo infiinito
Que bom
é ser fotografado
che bello restare impresso come in una foto 
Mas pelas retinas
desses olhos lindos
Fissato sulla retina dei tuoi occhi meravigliosi
Me deixe hipnotizado
Lasciami ipnotizzato
Prá acabar de vez

Perchè possa finire
com essa disritmia...
questa aritmia

Vem logo
Vem curar
Fai presto, vieni a curare
seu nego

il tuo bambino
Que chegou de porre
Lá da boemia...(2x)
Che è arrivato da una bevuta


Nel tentativo di tradurre questo “per me esaltante” pezzo (è venuto com’è venuto, lo posto così) la necessità di dare un senso alla parola “cafunè”, tanto bella nel suono quanto misteriosa nel significato, mi ha costretto a girare un po’ per internet fino a trovare l’origina angolana della parola (per l’esattezza dalla lingua "quimbundo") che starebbe ad indicare quella particolare tipo di carezza dolce e continua che si fa, ad esempio, sulla testa di un bambino per farlo rilassare o addormentare. Meno romanticamente la carezza delle scimmie sulla testa dei loro piccoli a caccia di pidocchi: ma insomma anche questo è un gesto tenero. Sarchiapone è un altro esempio di parola inventata (e in questo caso un grande pezzo di Walter Chiari) come ricorda questo interessante post.

Tutto questo mi fece pensare (uso il passato, non a caso) alla possibilità di inaugurare un secondo blog dedicato alle cose (gesti, azioni) a cui il dizionario non fa ancora corrispondere una parola e per le quali sarebbe invece opportuno trovarne una. Niente di nuovo per carità: inventano parole nuove anche i bambini e credo che un famoso scrittore americano (?) abbia scritto sull’argomento un intero libro. Anche su questo degli appunti scritti a suo tempo e mai postati....


Parole senza parole....

Una caratteristica del mondo web è quella di avere una definizione per ogni cosa:
con un vocabolario così ricco, difficile dover ricorrere a circonlocuzioni.
Pensate al giro di parole che dovrei usare per spiegare quello che sto facendo, se non avessi a disposizione la parola blog. 

Ci sono un sacco di situazioni che non trovano corrispondenza in un preciso vocabolo.
Possono essere cose, azioni, sensazioni con cui abbiamo a che fare ogni giorno, per esprimere le quali  dobbiamo quindi ricorrere a lunghe e articolate perifrasi. Tra queste cose senza nome che incontro ogni giorno, la prima che mi viene in mente sono i “segni circolari lasciati dal cucchiaino sul fondo della tazzina del caffè”. 

Le tazzine nuove non hanno questo problema, ma le tazzine con cui ho più confidenza, quelle a cui sono abituato da tempo e che mi danno più consolazione e soddisfazione sono tutte segnate.
Segni dal colore grigio viola come se, sotto la cottura della porcellana, si nascondesse un’anima ferrosa o come se l’estremità del cucchiaino avesse lasciato sul fondo un po’ della sua essenza. All’inizio questi segni sono ancora riconoscibili, ma dopo tanti anni l’effetto è quello di un’unica traccia, di un grande binario dove il cucchiaino segue un percorso ormai consueto in cui difficilmente potrà perdersi. Tornando alla domanda di partenza che nome potremmo dare a questi segni? I segni sono il risultato dell’esigenza di mescolare lo zucchero seguendo, nel mio caso di mancino, una direzione prevalentemente oraria. Sono i segni del risveglio ma non solo: del caffè per digerire dopo pranzo o dell’ultimo decaffeinato sotto le stelle. I segni si confondono a volte con gli ultimi granelli di zucchero non sciolti ed emergono più evidenti nel risciaquo prima del lavaggio. Segni, graffi, solchi, righe, tracce. In una parola....?


O xote das meninas

Negli ultimi giorni il blog ha registrato una impennata di visite, spesso per la ricerca di traduzioni. Saluto questi nuovi passaggi con un testo che sembra ingenuo, ma che ha proprio in questa semplicità e freschezza la sua bellezza.

A cantarlo è una Marisa Monte di parecchi anni fa (1995) in un video che la candida a più bella ascella della musica brasiliana. Grande pezzo di Luiz Gonzaga (nella foto in fondo) e Zé Dantas. 



Mandacaru,
quando fulora na seca
Quando il mandacaru fiorisce nella siccità
É o siná que a chuva chega
no sertão
è segno che la pioggia è arrivata nel sertão 

Toda menina que enjôa
da boneca

Ogni ragazza che si è stancata delle sue bambole
É siná que o amor
já chegou no coração...
è segno che l'amore
ha già nel cuore ...
Meia comprida
Calze lunghe
Não quer mais sapato baixo
non vuole più scarpette basse
Vestido bem cintado
vestito stretto in vita 

Não quer mais vestir chitão...
basta vestiti di cotone a fiori
Ela só quer
Só pensa em namorar*
Lei vuole solo, pensa solo agli incontri d'amore
De manhã cedo já tá pintada
La mattina presto è già truccata
Só vive suspirando, sonhando acordada

vive sospirando, sognando ad occhi aperti
O pai leva ao dotô
a filha adoentada
Il papà porta dal dottore la figlia malata
Não come, nem estuda,
não dorme, não quer nada...
lei non mangia, non studia, 
non dorme, non si cura di niente ...
Ela só quer 
Só pensa em namorar

Lei vuole solo, pensa solo agli incontri d'amore
Mas o dotô nem examina
Ma il medico nemmeno la visita
Chamando o pai do lado, lhe diz logo em surdina

chiama il padre da parte e gli dice sottovoce
Que o mal é da idade

che è la malattia di quell’età
Que prá tal menina
não tem um só remédio
em toda medicina...
che per la ragazza non esiste un solo rimedio in tutta la medicina ...
Ela só quer
Só pensa em namorar, 
Ela só quer
Só pensa em namorar...


* Namorar is hanging out, or making out, with your namorada (girlfriend) or namorado (boyfriend). I suppose you can all it "dating".







Lasciati indietro 1 (settembre 2010)

Ogni tanto nella cartella "blog" sulla mia scrivania, ritrovo delle bozze di post, semplici appunti da sviluppare o post bell-e-fatti che come che vado a ripescare per questi giorni di pasqua, piccola sorpresina in questi giorni di asparagi e cioccolata.  Comincio da un post scritto a settembre 2010, in occasione dalla "allora-nuova" uscita di Ivete Sangalo.


Ivete Sangalo ce l’ha proprio messa tutta. 24 brani, grandi ospiti da Nelly Furtado a Juanes per strizzare l’occhio ad un target allargato. Omaggio a Michael Jackson, un piccolo carnevale baiano come bis conclusivo.

Un grande show e niente playback. Insomma tutti soddisfatti, dal pubbico presente (15 mila, mi sa per larghissima parte brasiliani) ai fan USA tra cui Rihanna. "Multishow ao vivo - Ivete Sangalo no Madison Square Garden" è ora pronto ad uscire nei negozi del Brasile e del resto del mondo per consacrare definitivamente Ivete come la cantante pop d’esportazione della musica brasiliana. Non sarà così facile, perchè è davvero dura diventare Shakira se canti e parli in Portoghese. Lo spiega perfettamente quest’articolo sul nytimes.
Il portoghese, a differenza dello spagnolo, non è una lingua planetaria. Vedi Nelly Furtado che dalle iniziali incursione nella lingua lusitana (la sua famiglia è originaria delle Azzorre) è ben presto approdata al ben più commerciabile espanol.
Ma non c’è solo questo. Di fondo c’è una fondamentale questione di ritmo. Il beat dell’axe, su cui si basa la maggior parte delle sue hit non è così assimilabile, fuori del brasile. Troppo veloce, non arriva come accade invece al midtempo cumbia di Shakira a cui siamo un po’ tutti assuefatti. Si è provato con “una strategia di crossover” basata sull’introduzione di sintetizzatori è di un comune denominatore in 4/4, messo a sostegno di un medley dei suoi successi. Ma in questo modo il motore si ingolfa è perde grande parte della sua capacità propulsiva. È se ad un concerto di Ivete ti trovi con le gambe ferme, possiamo anche spegnere i riflettori.

martedì 5 aprile 2011

15 aprile 2011

Intanto il logo non è male. Qui i primi 2 minuti.