giovedì 25 settembre 2008

Càlice (Chico Buarque/Gilberto Gil 1973)

Giravano non molto tempo fa, diversi post e commenti su quali fossero le canzoni più tristi. Certamente Càlice si candida ad essere una di queste, se non altro per la rabbia e il dolore che si porta dentro ogni esperienza di privazione della libertà. E Càlice parla di questo, parla di dittatura e di censura, di parole strozzate in gola. Da qui l’intuizione di aprire il pezzo con un canto a bocca chiusa, e quella di nascondere nel titolo della canzone il suo messaggio. Come mi ricordava Jux, proponendo i suoi brani preferiti di Chico, “calice” si pronuncia infatti allo stesso modo di “cala-se” ovvero “stai zitto!”. La canzone fu scritta per lo show in cui la Phonogram aveva deciso di presentare i maggiori interpreti del suo catalogo e di farli esibire in duetto. La sera di un venerdì santo, Gil si presentò a Chico con l’ipotesi di un ritornello, praticamente le parole pronunciate da Gesù sul monte degli ulivi, con l’idea del doppio significato che offrì il titolo al brano. La melodia fu scritta nei giorni successivi mentre le quattro strofe furono equamente divise tra Gil -la prima e la terza ("De muito gorda a porca já não anda...")- e Chico la seconda ("Como é difícil acordar calado...") e la quarta ("Talvez o mundo não seja pequeno..."). Al momento dell’esibizione la censura arrivò sulla canzone stessa, con Chico e Gil costretti ad interpretare il pezzo senza parole, e con i microfoni spenti al solo accenno del refrain “Pai, afasta de mim esse cálice” (“Padre, allontana da me questo calice”). A ricordarlo non solo la testimonianza dei presenti ma una documentazione filmata che ripropongo qui.




Chico Buarque e Milton Nascimento
(come nella versione discografica incisa nel 1978)
Como beber dessa bebida amarga (1)
Come bere questa bibita amara
Tragar a dor, engolir a labuta
Mandar giù il dolore, inghiottirlo a fatica
Mesmo calada a boca resta o peito
Anche se chiusa la bocca resta l’animo
Silêncio na cidade não se escuta
Il silenzio in città non si sente
De que me serve ser filho da santa
A che mi serve essere figlio di santa
Melhor seria ser filho da outra (2)
Meglio sarebbe essere figlio di altra
Outra realidade menos morta
Un’altra realtà meno morta
Tanta mentira, tanta força bruta
Tanta menzogna, tanta forza bruta

Como é difícil acordar calado
Com’è difficile svegliarsi in silenzio
Se na calada da noite eu me dano
Se nel silenzio della notte io mi dispero
Quero lançar um grito desumano
Voglio lanciare un grido disumano
Que é uma maneira de ser escutado
Che è un modo per essere ascoltato
Esse silêncio todo me atordoa
Tutto questo silenzio mi stordisce
Atordoado eu permaneço atento
sebbene stordito io rimango attento
Na arquibancada pra a qualquer momento
Nella tribuna in un momento qualsiasi
Ver emergir o monstro da lagoa (3)
Vedere emergere il mostro del lago

Pai, afasta de mim esse cálice
Padre, allontana da me questo calice
Pai, afasta de mim esse cálice
Padre, allontana da me questo calice
Pai, afasta de mim esse cálice
Padre, allontana da me questo calice
De vinho tinto de sangue
Di vino rosso di sangue

De muito gorda a porca já não anda
la scrofa è così grassa che non cammina più
De muito usada a faca já não corta
Il coltello talmente usato che non taglia più
Como é difícil, pai, abrir a porta
Come è difficile, padre, aprire la porta
Essa palavra presa na garganta
Questa parola (4) strozzata in gola
Esse pileque homérico no mundo
Questa sbornia omerica per il mondo
De que adianta ter boa vontade
A che mi serve avere buona volontà
Mesmo calado o peito resta a cuca
Anche se ammutolito l’animo resta la ragione
Dos bêbados do centro da cidade
Degli ubriachi nel centro della città (5)

Talvez o mundo não seja pequeno
Forse il mondo non sarebbe piccolo
Nem seja a vida um fato consumado
E la vita non sarebbe un fatto compiuto
Quero inventar o meu próprio pecado
Voglio inventare il mio proprio peccato
Quero morrer do meu próprio veneno
Voglio morire del mio proprio veleno
Quero perder de vez tua cabeça
Voglio perdere per sempre la tua testa (6)
Minha cabeça perder teu juízo
La mia testa perdere il tuo giudizio
Quero cheirar fumaça de óleo diesel
Voglio annusare lo scarico del diesel
Me embriagar até que alguém me esqueça.
Ubriacarmi finchè qualcuno non mi dimentichi.

(traduzione Paolo Scarnecchia dal più volte citato Musica Popolare Brasiliana Gammalibri 1983)

(1) dovrebbe essere un’allusione al fernet che Chico era solito offrire a Gil quando questi gli faceva visita: trattandosi di un prodotto probabilmente conosciuto in Italia ci potremmo leggere il ricordo amaro per la prolungata e forzata lontananza dal Brasile
(2) Melhor seria ser "filho da puta" (che non sarebbe stato pubblicabile) diventa “filho de outra”: il riferimento è a chi ha accettato il regime, i suoi favori, la sua protezione.
(3) “Il mostro” era il modo in cui gli uomini del regime si riferivano alla possibilità di una rivolta popolare, di una reazione non controllabile, in altre parole di una possibile rivoluzione.
(4) la parola impronunciabile è “apertura” ovvera una strategia attraverso la quale i militari cercavano in quel perido una via di uscita dalle loro responsabilità e dalla grave crisi economica del paese attraverso un graduale passaggio di potere ai civili
(5) gli ubriachi coloro che credevano ancora in una possibile libertà, come nell’altrettanto celebre “O bebado e a equilibrista”.
(6) Per passare i tagli della censura la necessità di girare intorno alle parole con delle licenze poetiche, con dei non-sense che parlano invece chiarissimo come quel “voglio perdere la tua testa” e quel desiderio di liberarsi delle regole/morale del regime sintetizzato nel successivo “la mia testa perdere il tuo giudizio”

Come tante canzoni del periodo, un testo pieno di riferimenti che non è sempre facile ricostruire, non avendo vissuto quelle vicende (e aggiungo per fortuna) e desiderando comunque approfondire la conoscenza di quei testi. Spero sempre che capiti sul blog qualcuno che possa integrare i miei interventi o dare riferimenti ad altri testi di riferimento.
Aggiungo un’ultima curiosità, ovvero il fatto che di Calice esiste anche una versione italiana, tradotta e cantata da Franco Simone. Sinceramente non l’ho mai sentita, ma il testo su internet c’è. C’è pure una versione, per così dire rock, del gruppo Dr.Lao.

6 commenti:

larobi ha detto...

la grandezza di chico buarque sta proprio nella ricchezza dei registri utilizzati e dei temi raccontati negli anni, ha saputo parlare al cuore e alla dignità, agli innamorati e agli oppressi,con calore,ironia,cognizione della "vita", senso della realtà. senza venir meno alla sua attitudine che è assolutamente di matrice poetica.senza nulla togliere a gilberto gil, ma si sa che ho un debole per chico.

goodnight ha detto...

...robi, mi sa che hai un "forte" debole...

Per quanto riguarda questo brano, c'è molto dello stile di Gilberto Gil, che tutti apprezziamo per qualità, cultura e sensibilità musicale, ma che nella sua carriera si è rivelato anche autore di testi particolari.
La cosa eccezionale della MPB, specie guardando alla generazione dei gil e dei chico, è quella di possedere tutti delle personalità individuali molto forti (e spesso con ispirazioni, interessi, idee e posizioni differenti) in grado poi di esaltarsi nei progetti, concerti o dischi, che li ha visti esprimersi insieme. Modello di collaborazione oggi molto praticato, molto pop e commercialmente redditizio, in ogni genere di musica, ma che i "nostri" hanno praticato da sempre e, a quanto pare, sempre in maniera autentica.

ciao e buon weekend

larobi ha detto...

è vero, avevan tutti un profilo molto personale, una poetica particolare che le collaborazioni esaltavano. ma anche in italia...se guardiamo agli anni 60/70....la generazione dei de andrè/paolo conte/de gregori/guccini/battiato...che meraviglia...troppa poesia tutta insieme...

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)

Anonimo ha detto...

Perche non:)

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)