Un piccolo post dedicato alla copertina di Correre, la rivista di riferimento della corsa, diretta dall'amico e "maestro" Orlando Pizzolato. Quello di guardarsi riflessi nelle vetrine, per controllare il proprio stile di corsa, è un gesto tipico di ogni runner, perfino suggerito dai tecnici. Trovo azzeccata l'idea di averne fatto la copertina del numero di Aprile.
Sapete che periodicamente mi entra in testa una canzone, che mi arriva d’improvviso e spesso dal passato, come questa Pavio do destino che mi ha sorpreso dal mini iPOD che mi accompagnava nella corsa e che adesso continua a seguirmi da giorni. Sergio Sampaio è quello che si dice un “maldito”, fama maledetta per i contrasti che l’hanno portato a rompere ripetutamente con l’industria discografica, l’alcol e altre vicessitudini di cui potete leggere nel lungo articolo di Marco Pisani -quasi una piccola biografia attraverso i testi delle sue canzoni- da cui prendo una parziale traduzione del brano in questione. Pavio do destino è tratta da Cruel, disco postumo del 2006, uscito dodici anni dopo la morte di Sampaio.
Non trovandola nella versione originale, devo proporverla nel pur bella interpretazione di Lenine, da un disco tributo del ’98.
O bandido e o mocinho são os dois do mesmo ninho Il bandito e il bambino vengono dallo stesso nido Correm nos estreitos trilhos, lá no Morro dos Aflitos, na Favela do Esqueleto Corrono nei vicoli stretti, là sulla Collina degli Afflitti, nella Favela dello Scheletro São filhos do primo pobre, a parcela do silêncio, que encobre todos os gritos Sono figli del parente povero, un frammento del silenzio, che copre tutte le urla. E vão caminhando juntos, O mocinho e o bandido, De revólver de brinquedo E camminano insieme, il bambino e il bandito, con una pistola giocattolo Porque ainda são meninos Perché sono ancora bambini Quem viu o pavio aceso do destino? ... do destino Chi ha visto la fiaccola accesa del destino? ....del destino Com um pouco mais de idade e já não são como antes Ancora qualche anno e non sono più come prima Depois que uma autoridade, Inventou-lhes um flagrante
Dopo che qualche autorità, gli ha inventato un flagrante Quanto mais escapa o tempo Dos falsos educandários Mais a dor é o documento Que os agride e os separa Quanto più si allontana il tempo dei falsi istituti, tanto più il dolore è la prova, che li aggredisce e li separa Já não são mais dois inocentes Não se falam cara a cara Quem pode escapar ileso Do medo e do desatino Non sono più due innocenti/ Non si parlano faccia a faccia/ Chi può sfuggire illeso/ Alla paura e alla follia.
Il disco InventaRio, creativo fin dal titolo, è un bel progetto a otto mani firmato da Ferruccio Spinetti, Giovanni Ceccarelli, Dadi Carvalho (fare da ragazzino, ma già un grande della MPB) e Francesco Petreni con il contributo sempre fondamentale di Max de Tomassi, anima di un nuovo asse Italia-Brasile in un ruolo che fu in passato del grande Sergio Bardotti. Al progetto aderiscono tanti ospiti illustri tra cui Pacifico e Marisa Monte che interpretano questa versione italo-brasiliano di un brano di Arnaldo Antunes e Dadi (Da Aurora até o Luar molto, molto antunes-siana, cullante nella musica, evocativa nel testo). Forse l’avete sentita per radio, proposta spesso da Caterpillar e, leggo ora, anche da Fabio Volo.
Dall'alba al tramonto Marisa Monte e Pacifico
Olho de janela Sguardo dalla finestra Nuvem de algodão Nuvola di cotone Pele de flanela Pelle di flanella Sopa de vulcão Zuppa di vulcano Borda de caneca Bordo della tazza Bola de papel Palla di carta Ferro na boneca Ferro nella bambola Lágrima de mel Lacrime di miele
Música vermelha Musica rossa Pássaro de flor Uccello di fiore Chuva sobre a telha Pioggia sopra ai coppi Beijo de vapor Bacio di vapore Riso no escuro Risate nel buio Lua de beber Luna da bere Voz detrás do muro Voci dietro il muro Medo de morrer Paura di morire
Il calcio ha occupato gran parte del nostro tempo, quando ancora non separavamo il tempo libero da quello “impegnato”. Abbiamo giocato e masticato calcio in tutte le forme possibili, dalla sabbia al subbuteo, dalle figurine ad improbabili cortili con sassi grossi quanto il pallone, dove distruggere scarpe e piedi (più volitivi che buoni), palloni da recuperare scavalcando muretti, o nell’acqua di una roggia, o sotto le ruote di auto, non in tutti i casi parcheggiate. Dietro questo calcio inventato in mille forme diverse c’era spesso la mente di Enzo, uno capace di giocare al pallone anche in casa, come tutti, ma lui pure con le scarpe da calcio ai piedi, coi tacchetti a scivolare sulla cera fresca di lucidatrice. Penso che proprio ad Enzo (formidabile memoria calcistica, tanto da diventare campione in una trasmissione Rai condutta dalla fatina Elmi) si debba l’invenzione di una fantasiosa strategia per inseguire l’ambito 13 sulla schedina del totocalcio. Il tutto avveniva il sabato pomeriggio, l’età esatta non la ricordo, ma saranno stati i nostri tredici, quattordici anni. Ci dividevamo un tot di partite a testa (come avremmo più tardi diviso i soldi della schedina giocata) e simulando la telecronaca di tuttoilcalciominutoperminuto, ognuno nelle veci e nelle voci dei vari Ameri o Ciotti, inventavamo la radiocronaca delle partite in schedina. Ognuno era libero di decidere marcatori e risultato delle proprie partite e così le nostre divinatorie telecronache diventano l’ossatura della schedina, di lì a poco giocata nella ricevitoria più vicina. Si aggiungeva qualche minima doppia, per le partite più incerte, quanto potevano permettere i nostri risicati budget e si aspettava poi l’esito del campo, il giorno dopo. Siam tutti qui, trenta e passa anni dopo, a tirare ancora la carretta e questo vi basti per capire quanto fosse efficace il nostro metodo. Certo, perdere per perdere, così era almeno divertente. Oggi Enzo, blucerchiato dalla testa ai piedi, può vedere la sua Samp ogni volta che gli pare, visto che i giri della vita l’hanno portato nuovamente a Genova e pure in zona stadio. Io son sicuro che qualche volta, a casa, al posto delle pantofole metta ancora le scarpe coi tacchetti.
La canzone Far niente che ho scelto per “commentare” questo post dei ricordi è di uno straordinario giovane Chico ed è presente in un singolo e in un album italiano del 1969, Chico Buarque na Itália. L’originale Bom Tempo è uscita nel 1969, solo come singolo, insieme ad Ela desatinou. Devo dire che, di “queste” domeniche, in questi mesi, ne ho vissute poche, ma son pronto a recuperare in questo periodo primaverile che (sbrigato il sabato l’impegno con la corsa) mi consentono domeniche più pigre. La canzone parla anche di calcio, ovviamente, e credo sia la prima canzone in cui Chico dichiara la sua passione per il tricolore della Fluminense, fede calcistica trasmessagli (diversamente da quanto avvenne per l’amico Enzo) non dal papà ma dalla mamma Maria Amélia, che recentemente ha pure festeggiato i 100 anni. Così racconta Beto Xavier nel suo libro “Futebol no país da música”. Sergio Bardotti, autore della versione italiana, traduce e “tradisce” i tre colori del testo di Chico (il tricolore della divisa della Fluminense, bianco, verde e rosso granata) in una tripletta di goal. "Satisfeito, a alegria batendo no peito / O radinho contando direito / A vitória do meu tricolor" diventa così “Pomeriggio di calcio di calcio / Che bella che bella partita / Scommetto che oggi facciamo tre gol / Tre gol” Penso che ascoltare questa canzone la domenica mattina faccia bene al cuore: se poi le cose per la propria squadra dovessero andar proprio male, potremmo sempre consolarci con uno Stock 84.
Chico Buarque Far niente
Bom tempo - Chico Buarque e MPB-4 (da Programa Ensaio 1973)
Parlo di Paulo Coelho, ovviamente. Nessuno snobismo, non l’ho letto perchè non mi è mai capitato di farlo: anzi se qualcuno mi consigliasse un titolo lo farei volentieri. Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare di misurazione temporale del lavoro creativo, criterio adottato anche nella nostra agenzia per quantificare il valore economico di un progetto. Lo si fa da noi, lo si fa in molte altre agenzie. Detto in soldoni ogni lavoro, da una campagna pubblicitaria ad un folder, ha un numero di commessa e tutti coloro che vi partecipano registrano quotidianamente il tempo dedicato a quel progetto, dall’ideazione all’esecuzione finale. Sul metodo si sono sollevate spesso delle perplessità, funziona non funziona, ha un senso non ne ha. Ci sarebbe da parlarne a lungo, ma diventerei noioso. Cosa c’entra in tutto questo il nostro Paulo Coelho? L'autore ha adottato il criterio della nostra agenzia per il suo nuovo romanzo “The Aleph” (come i racconti di Borges) al quale avrebbe finora dedicato 560 ore per la prima stesura che ha prodotto 70.074 parole. Visto il contenuto “mistico” che Coelho attribuisce al nuovo libro, non so se per contare i minuti Paulo abbia usato l’orologio del pc o una più mistica clessidra, che in portoghese ha il bel nome di "ampulheta". Proprio come il titolo del pezzo che apre l’album di Daniel Lopes “Mais e mais refroes” dello scorso 2009.
Per tutti questi mesi ho evitato qualsiasi accenno alla politica, presente ogni tanto nei post del passato. Questa però è divertente e probabilmente non vi sarà sfuggita. A commento del risultato elettorale, Bersani dice di non poter cantar vittoria MA NEANCHE parlare di sconfitta. Qualcuno ha quindi sintetizzato il cambiamento dalla segreteria Veltroni a quella Bersani, come passaggio dal “ma anche” al “ma ne-anche”. Sintesi lapidaria (e sottolineo lapidaria). Come Zamparini al Palermo, qualcuno vorrebbe già cambiare allenatore (Francesco Boccia: ''Sento aria di toto-allenatore”). Cosa che ha fatto esplodere Giuseppe Civati in un “da questo punto di vista, mi sono rotto i cognomi”. Tra i cognomi fatti, mi sembra di aver sentito nominare perfino Martina Veltroni (nella foto al seggio) figlia di... Insomma la politica continua ad essere una cosa divertente.
Roberta, gentilmente, mi manda una cronaca dell’incontro tra Chico ed i suoi fan. Un’occasione per vederlo, come ci scrive, da pochi centimetri. Che invidia! Robi torna adolescente, Chico resta un bimbo. Grazie Robi (e grazie Chico, ovviamente).
“E accadde che Chico Buarque era a pochi centimetri da me!ad intervistarlo c'era Gino Castaldo, e a tratti Chico parlava in un italiano più chiaro e fluente del suo. Chico era solare, ironico, tranquillo, ma pienamente borghese e a suo agio. Si è parlato di “Latte versato”, del suo rapporto con la memoria e la scrittura, più di letteratura che di musica. Domanda d'uopo: "quando fai un concerto in italia?". Ma per lui il concerto è ormai un lavoro, non ama farne; l'arte è stata nella creazione, nei suoi primi anni, nelle collaborazioni con Edu lobo, Vinicius (che nomina spessissimo) etc. Sembrava un pò stanco di tutta la giostra. Domande dal pubblico, e tra loro Gianni Minà, che da grande qual è, gli domanda: "dopo una canzone come Construçao, di una poesia e un'attualità mai sopite, quando scrivi nel tuo verso più bello che il protagonista cadde contromano intralciando il traffico... pensi che ci sia ancora spazio per canzoni del genere in questa industria musicale?". Non poteva intervistarlo lui??? Gino Castaldo aveva quell'atteggiamento reverenziale/scontato, che non affondava e non colpiva, sembrava una valletta di Sanremo. Ho collezionato un autografo sul libro, ma avrei voluto lanciargli una chitarra e pregarlo di cantare! A quest'uomo veramente non manca niente. Mi sono emozionata come un'adolescente, per me è un emissario della Poesia che vive, canta e gioca a futebòl tra noi. p.s. e con ben 66 anni, credetemi.. è UN BIMBO!
Le statistiche disponibili per il blog non permettono di conoscere la percentuale in cui si dividono maschi e femmine che visitano queste paginette. Ma nei commenti “le ragazze” si sono dimostrate sempre molto presenti e molto gentili nei confronti dei suoi contenuti. In questa domenica, che purtroppo ha ancora poco di primaverile, voglio dedicare alle lettrici del blog una canzone dall’ultimo album di Ana Carolina approfittando della bella traduzione che ne ha fatto Max de Tomassi in una recente puntata di Brasil. Spero vi piaccia e vi diverta, com’è successo a me...
Tá Rindo, É? Ana Carolina
Ah... Hoje eu quebrei o meu despertador logo pela manhã Oggi di prima mattina ho rotto la sveglia Tocou atrasado e eu quase perdi o horário da van Ha suonato in ritardo e per poco non ho perso il pulmino Agora você vê como são as coisas, Maria José Vedi come vanno le cose Maria Jose Se der Se puoi
Se der pra você me emprestar aquele seu vestido azul cor de mar Se puoi riesci a prestarmi quel tuo vestito azzurro mare E se não servir vou tentar perder um quilo e meio até lá E se mi starà stretto cercherò di perdere un chilo, un chilo e mezzo Semana que vem é o tal casamento e eu não tenho o que usar La prossima settimana c’è quel matrimonio ed io non ho nulla da mettermi, Se der se puoi eh, ovviamente
Ah... E falando nisso homem bom hoje em dia tá ruim de arranjar Ah... e parlando di questo, un uomo di quelli veri al giorno d’oggi non si riesce a trovare Aquele que eu tinha eu peguei com outra, mandei ele andar Quello che avevo l’ho preso da un’altra, ma l’ho mandato a quel paese Malandro e folgado comigo não dura mais nem um luar malandrino e fannullone con me non dura nemmeno un chiaro di luna Tá rindo, é? Stai ridendo eh?
Ah... vamos dando risada que a vida nos chama não dá pra chorar Allora mettiamoci a ridere che la vita ci chiama e non serve a niente piangere A minha oração é bem curta pro santo não entediar La mia preghiera è corta per non tediare nessun santo E vamos que vamos... e vamos que vamos E andiamo
Ah... Recebi um torpedo da telefonia no meu celular Ah ho ricevuto un messaggio dalla mia compagnia telefonica sul mio cellulare prometendo desconto as três da manha se eu puder falar che mi prometteva lo sconto alle 3 della mattina se avessi voluto parlare Mas de madrugada quem vai me atender? Quem vai me ligar? Ma a quell’ora, a quell’ora dell’alba chi è che mi risponde e chi è che mi chiama Eu hein? Hai capito
Tchau! Fique tranquila que o vestido eu cuido não deixo sujar Ciao e stai tranquilla che al vestito ci penso io e non lo faccio sporcare Quem sabe eu te ligue pra poder a tarifa a gente aproveitar Magari ti chiamo per poter approfittare della tariffa ou quem sabe eu arraje até alguém novo pra mim namorar o magari rimedio un bell’uomo e mi ci metto insieme Ta rindo, é? Stai ridendo eh
Conoscevo alcune canzoni di Adoniran Barbosa, ma non avevo mai associato il suo nome ad una “faccia”. Poi vidi lo straordinario spezzone tv che mette insieme Elis e Adoniran tra i bar e le strade di São Paulo e ho capito che “quella faccia” l’avevo vista tante altre volte. Una faccia così, quel sorrisetto, quegli occhi acquosi e quel baffetto, quell’ironia dolce e quel modo di raccontare le cose, l’avevo visto in tante piazze e in tanti bar di piazza, qui nel lontano veneto di uomini che uscivano di casa col cappello di feltro, la giacca spazzolata, bevevano lo spritz quando non era una cosa cool ma la versione povera di un vero aperitivo, riempivano i posacenere di orrende sigarette come le Gala che per un malaugurato e puzzosissimo periodo fumò anche mia papà. E non sbagliavo perchè i genitori di Adoniran, all’anagrafe Giovanni Joao Rubinatto, arrivarono in Brasile dalla venetissima Cavarzere: un piccola cittadina con un legame già forte con la musica per aver dato i natali a Tullio Serafin, il direttore d’orchestra “che scoprì la Callas” e soprattutto diresse grandi orchestre e grandi teatri.
Ma torniamo al Samba. Una delegazione della città di Cavarzere ha anticipato i festeggiamenti per i 100 anni della nascita di Giovanni Rubinato (nato il 6 agosto 1910) con una visita a Valinhos, sua città natale. A maggio saranno invece i brasiliani, tra cui la figlia di Adoniran, “a salire” fino a Cavarzere. Vista l’importante ricorrenza, nel corso dell’anno vedrò di approfondire il repertorio del “nostro” Adoniran che (al contrario di quante pensasse Vinicius, ossia l’impossibilità di un samba paulista) ha scritto proprio in quel di Sao Paulo alcuni samba memorabili. Anzi la particolarità dei samba di Adoniran, la malinconia celata dietro l’umorismo di certi testi, derivano proprio dal rapporto stretto tra l’autore e la sua città. “Adoniran era paulista. E só podia ter sido”, Adoniran era paulista e non avrebbe potuto essere diversamente: per chi legge o leggicchia (come mi sforzo di fare anch’io) il portoghese, l’argomento è approfondito da Romulo Fróes in questo articolo. L’attualità di Adoniran è confermata dall’attenzione che gli viene riservata anche dai nuovi gruppi, come il “fenomeno” Casuarina, che nel video interpretano (con la partecipazione straordinaria di Frejat) la classica e sempre “ardente” Ja fui uma brasa, ovvero “anca mi, so sta na bronsa” come tradurremmo in veneto. Ovviamente nel testo i ragazzi che suonano lo iê-iê-iê sono i ragazzi della "jovem guarda" anni sessanta, mentre Saudosa Maloca è probabilmente la canzone simbolo di Adoniran (che nel secondo video ascoltiamo nella splendida interpretazione di Elis).
Já Fui Uma Brasa (Adoniran Barbosa)
Eu também um dia fui uma brasa Anch’io un tempo sono stato una “brace” E acendi muita lenha no fogão e ho dato fuoco a molta legna nel forno E hoje o que é que eu sou? E oggi cos’è che sono? Quem sabe de mim é meu violão Chi mi conosce è la mia chiatarra Mas lembro que o rádio que hoje toca iê-iê-iê o dia inteiro, Ma ricordo che la radio che oggi suona lo iê-iê-iê tutto il giorno Tocava Saudosa Maloca Suonava Saudosa Maloca
Eu gosto dos meninos destes tal de iê-iê-iê, porque com eles, Mi piacciono i ragazzi di questo iê-iê-iê, perchè con loro Canta a voz do povo Canta la voce del popolo E eu que já fui uma brasa, Ed io che sono stato una brace Se assoprarem posso acender de novo Se ci soffiate sopra posso riprendere fiamma.
Dulcis in fundo, se non l’avete mai visto, gustatevi questo video (in assoluto tra i miei preferiti) con Elis e Adoniran. Da gustare in ogni dettaglio le espressioni di questi due immensi personaggi, sempre emozionanti. (particolare inquietante, che metto a fuoco alla millesima visione, l’inquadratura sulla bottiglia di Cinzano che apre il video). Straordinaria la parte nel bar, commovente la passeggiata tra le strade di una Sao Paulo (il bairro Bixiga a cui fa riferimento il secondo samba del video) così “adoriniana”. Divertente il finale in cui Elis cerca di convincere un recalcitrante Adoniran (la discoteca “è pra moleque”, una cosa da ragazzini) ad entrare in un locale in cui suona Rita Lee, al tempo nuovo emblema musicale di Sao Paulo. Ovviamente tutto preparato ma tutto gustosissimo. Gustatevi anche il weekend, speriamo con il sole per tutti.
Che strani giri. Anni che furono ho scoperto Ana Carolina ascoltando Quem de nòs dois, versione brasiliana di La mia storia tra le dita di Gianluca Grignani. E oggi scopro una cantante italiana (che credo viva negli USA) che non conoscevo attraverso l’ultimo disco di Ana Carolina (N9ve). Se un sorriso così si abbina ad una voce così, Chiara Civello non potrà che essere una star (“the best jazz singer of her generation” secondo Tony Bennett). Prima artista italiana ad incidere con la Verve, Chiara suona, compone e canta. Le manca qualcosa? Il brano si chiama Resta ("pericolosamente ai confini del neomelodico" come lo definisce G. Gandolfi): Ana Carolina canta in porteghese, Chiara in italiano, insomma un mix perfetto per il nostro blog.
Da noi “il professore” fu Franco Scoglio, allenatore di lungo corso. In Brasile, il professore è ancora Cauby Peixoto, 79 anni, cantante di lunghissimo corso, definito in gioventù l’Elvis brasileiro per il timbro vellutato. Oggi, almeno per aspetto, mi sembra più un mix tra Cocciante e Mr Bean. Io non sono certo quello che può parlare di capigliature, ma in questo caso.... Meglio non dire ed ascoltarci questa Desabafo di Roberto Carlos in versione tango. (Da non dimenticare Bastidores, che penso si traduca in backstage, scritta da Chico Buarque per l'album che celebrò i 25 anni di carriera di Cauby).
Se mi riuscisse di fare una settimana di facce, forse alla fine potrei metterci pure la mia! La faccia di oggi ("o rosto do dia") è quella del fondista norvegese Tord Asle Gjerdalen: in un epoca di occhiali supertecnici (se non indossati stanno almeno sopra il cappellino per rispetto degli impegni con lo sponsor), lui porta il baffo a spiovere e i Ray-Ban a specchio (ed è pure un po’ in piazza). Il più figo della compagnia! Questo è anche il primo passaggio di Alceu Valença: “Nem toda lente é Ray-Ban” non tutte le lenti sono ray ban, come ci ricorda in questa Bobo da Corte.
I 14 km fatti stamattina a 4:58 (insomma 12.1 km/h di media), giusto per non buttar via una giornata di sole. Il pasticcio e il pollo della rosticceria (con una birra Moretti). Le due staffette 4x5 femminile e maschile (sempre Norvegia) da quel di Lathi in Finlandia, viste in tv. Alcune faccende familiari (bronchiti e affini). Diverse ore a lavorare e relativo iTunes DJ, giusto per non prendermi nemmeno la briga di cosa ascoltare. Di tanti pezzi ascoltati più o meno attentamente, me ne rimangono in mente 2. Uno straordinario Cauby Peixoto che -nel Songbook dedicato a Joao Bosco- interpreta “Dois Pra Lá, Dois Prá Cá” (ma non saprei come farvela ascoltare) ed il “solito” Caetano in “Mora na filosofia” samba di Monsueto Menezes e Arnaldo Passos dall’album TRANSA anno 1972. Non mi resta che chiudere la giornata andando a stendere la roba della corsa appena uscita dalla lavatrice. Stanotte ci sarà anche una puntata di Brasil, ma sarà già lunedì...
Johnny Alf, colui che suonò la bossa nova prima che questa fosse un genere (e che con il suo stile influenzò tutti) si è spento ieri all’età ottant’anni. Che sia in effetti la sua Rapaz de Bem il primo brano classificabile come bossa nova poco importa. O almeno a lui, sembra importasse poco. Una definizione che certo gli sta stretta e non basta a riassumere il suo lascito musicale. Così come gli stava stretto quel Johnny scelto ad inizio carriera per omaggiare il paese da cui veniva la musica (Gershwin, Porter) che per prima lo ispirò. Ma ormai Johnny era e Johnny restò, mentre Alf rimase come contrazione del suo vero nome Alfredo José da Silva.
Da non perdere i 40 minuti dello speciale radiofonico che Ed Motta gli dedicò. Li ascoltate qui. Dice bene Ed Motta quando riconosce a Johnny Alf di essere il primo cantante brasiliano ad usare la voce come strumento, cosa che fa di lui uno straordinario interprete, oltre che un compositore sempre ispirato in ogni fase della sua carriera. Un personaggio che, per un connaturato riserbo, rischia di essere un po’ in ombra rispetto ad altri grandissimi interpreti e che invece fu, come sintetizza un bel titolo sul web, “un musicista di classe A che ha vissuto sul lato B della bossa nova”.
… ma che sicuramente ama il caldo e la spiaggia. Lei è Jaqueline Mourão mountain-biker e fondista (!) brasiliana che ha partecipato anche alle recenti olimpiadi di Vancouver. La location è bellissima, il filmato quasi incredibile, non so se la cosa sia replicabile sulle nostre spiagge. Probabilmente la sabbia brasiliana è più scorrevole…
Dopo diversi giorni “di riposo” da qualche parte devo pur ricominciare... un po’ alla volta tornerò su tutti gli argomenti lasciati in sospeso.
1 argomento SONDAGGIO: nello scontro Mallu Magalhaes vs Maria Gadu, quest’ultima prevale per 5 voti a 2 (un piccolo campione certo, ma almeno qui la presentazione dei candidati ed il voto si è svolto nella più assoluta regolarità, anche formale!) Onore a Maria che qui ascoltiamo in un successo anni 90 de Os Paralamas do Sucesso
2 argomento LATITANZA: in questo “lungo” periodo, ho dedicato molto del tempo libero, specie nei weekend, alla mia grande passione invernale, lo sci di fondo, qualcosa di apparentemente lontano dai caldi ritmi di samba e bossa nova. E sottolineo “apparentemente” perchè, per quanto mi riguarda, lunghe sgroppate tra abeti imbiancati con sottofondo di musica brasiliana è una combinazione assolutamente appagante. Il fondo è uno sport molto caldo. Lo dimostrano alcune fondiste norvegesi, tra cui l’irrefrenabile Kristin Steira (oro a Vancouver nella staffetta 4x5) in questo filmatino stile gita scolastica di fine anno.
E mentre le ragazze norvegesi vincevano la loro staffetta, la squadra maschile lasciava il posto più alto del podio alla rivale Svezia. Motivi della sconfitta? La solita sciolina? La tattica prescelta? No, semplicemente “troppi film porno”: dichiarazione ufficiale di Odd-Bjoern Hjelmeset secondo frazionista un po’ sotto tono. Petter Northug invece, che oltre agli sci si era portato una bambola gonfiabile (si dice), l’ultimo giorno si è portato via l’oro nella 50 km.
“La luna che si alza sull’isola di Gorée è la stessa che si alza in ogni parte del mondo. Ma la luna di Gorée ha un colore profondo, che non esiste in nessun’altra parte del mondo. E’ la luna degli schiavi. La luna del dolore. Eppure la pelle dei corpi di Gorée è la stessa pelle che copre tutti gli uomini del mondo. E’ la pelle degli schiavi, una bandiera di libertà”.
La semplicità è spesso la forza di un testo, come in questo caso, con una chiusura che è uno slogan per la libertà. José Carlos Capinan è uno dei protagonisti del tropicalismo, poeta e “paroliere”, ed ha scritto canzoni insieme ad Edu Lobo, João Bosco, Gilberto Gil (oltre a questa, la superclassica Soy loco por ti, América). Clarice è invece frutto della collaborazione con Caetano Veloso che dedica a Capinan una pagina del suo "Verità Tropicale".
Le versioni proposte sono due: un bel video con Ligiana ed Ameth Male girato proprio nell’isola di Gorée da cui venivano imbarcati gli schiavi con destinazione america latina ed una versione “mimata” da uno dei due autori della canzone, l’ex ministro della cultura Gilberto Gil. Lo “Show da Paz” registrato da Gil nel palazzo dell’Onu, lo si può rivivere, video per video, sul sito di Gilberto Gil.
Ricollegandomi al post precedente, inutile dire che anche nel canzoniere brasiliano “si toccano” un po’ tutte le parti del corpo. Non c’è canzone senza fisicità. Adesso non sto qui a pensare alle parti più strane, mi fermo alle più comuni come occhi, seni, mani, gambe, faccia, ma anche cuore e vene, citate nella canzone di oggi. Max de Tomassi mi perdonerà se, ancora una volta rubo a lui la traduzione. La canzone è un grande classico, meravigliosa come sempre se a scriverla sono Tom Jobim e Chico Buarque. Chico Buarque che sarà, tra non molto, in Italia per presentare il nuovo romanzo Latte Versato. Le innamorate di Chico sono avvertite (e lo dico soprattutto a Robi, se sei in ascolto!)
Ah, se já perdemos a noção da hora Ah, se abbiamo perso la nozione del tempo Se juntos já jogamos tudo fora Se insieme abbiamo buttato via tutto Me conta agora como hei de partir Dimmi adesso come dovrò partire
Ah, se ao te conhecer Se quando ti ho conosciuto Dei pra sonhar, fiz tantos desvarios mi sono messo a sognare, ho fatto tante follie Rompi com o mundo, queimei meus navios Ho chiuso fuori il mondo, bruciato le mie navi Me diz pra onde é que inda posso ir Dimmi dove ancora possa andare
Se nós nas travessuras das noites eternas Se noi nel passaggio della notte eterna Já confundimos tanto as nossas pernas abbiamo così tanto confuso le nostre gambe Diz com que pernas eu devo seguir Dimmi con quale gambe io dovrò continuare
Se entornaste a nossa sorte pelo chão Se hai rovesciato a terra la nostra sorte Se na bagunça do teu coração Se nella confusione del tuo cuore Meu sangue errou de veia e se perdeu il mio sangue ha sbagliato vena e si è perso
Como, se na desordem do armário embutido Perchè se nel disordine del tuo armadio a muro Meu paletó enlaça o teu vestido La mia giacca si lega al tuo vestito E o meu sapato inda pisa no teu E le mie scarpe calpestano le tue
Como, se nos amamos feito dois pagãos Perchè se ci siamo amati come due pagani Teus seios ainda estão nas minhas mãos i tuoi seni sono ancora nelle mie mani Me explica com que cara eu vou sair spiegami con che faccia dovrò andarmene
Não, acho que estás te fazendo de tonta No, penso che tu stia soltanto fingendo Te dei meus olhos pra tomares conta Ti ho dato i mei occhi per custodirli Agora conta como hei de partir. Spiegami ora come potrò partire.
Qui la mappatura delle parti del corpo più citate dai vari generi musicali: devo dire che l’idea è interessante e la grafica del sito piacevole ed elegante. (da repubblica.it)
Un commento di Anna, nuova lettrice del blog, mi segnala la voce di Maria Gadu e mi dà lo spunto per un minisondaggio, una sfida alla X-Factor per scegliere tra le due voci emergenti della musica brasiliana. Le ragazze sono ovviamente la succitata Maria Gadu, al suo primo album, e Mallu Magalhães partita in anticipo rispetto alla “sfidante” e con un secondo album all’attivo, uscito a fine 2009.
Non è detto che la competizione si fermi qui e non possa essere allargata mettendo in sfida altre possibili pretendenti (e non mancano di certo) al trono di “jovem cantora brasileira” più rappresentativa di questo inizio decennio.
Le canzoni scelte per la sfida sono scritte dalle stesse interpreti. Mallu scrive e canta quasi sempre in inglese: ma qui ho scelto un suo brano in portoghese O Preço da Flor dal primo disco. Per Maria, il brano Shimbalaiê tema sonora di una fortunata novela TV.